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Una città chiamata Call Center

P.S: QUESTA STORIA È FRUTTO DELLA MIA IMMAGINAZIONE, QUINDI, OGNI RIFERIMENTO A FATTI , COSE E PERSONE E’ PURAMENTE CASUALE!

Gli edifici grigi cercavano di trovare il loro colore alla luce di un sole primaverile, timido, dopo una piccola, pesante pioggia.

Attraverso gli occhi grandi e quadrettati delle finestre guardavano con invidia, sul mare che li separava dalle altre città.

Lì, in lontananza, gli edifici rosa, brillavano di prosperità, in agguato nei raggi dorati.

In una simile prospettiva, gli edifici grigi ricordavano con nostalgia il passato, il piacevole ronzio che percorreva le strade molto tempo prima. Con una stretta al cuore e le lacrime di polvere a grigia, si rimembravano gli uomini allegri, uscendo di casa per dirigersi nei campi verdi degli ulivi o le barche da pesca che galleggiavano nelle morbide onde o nella zona industriale della città.

Tutto procedeva naturalmente. I problemi che giungevano in città dalle rive del mare erano considerati sfide per migliorare la convivenza comune, le gioie e gli eventi della vita quotidiana erano narrati e analizzati dagli anziani seduti sulle sedie ai margini di strade piccole e strette, e come gli oracoli di Delfi rivelano le risposte della saggezza mediterranea.

Ma nessuno sospettava cosa sarebbe successo.

*

Il giorno in cui una fila di auto moderne si è fatta strada nella città, non ha suscitato solo una curiosità provinciale, ma forse un pensiero latitante che le cose sarebbero andate ancora meglio.

Nemmeno i saggi non hanno afferrato i colori grigi, che accompagnavano come ombre, quelle macchine, la cui vernice fresca catturava gli occhi di tutti.

Ma quel giorno fu presto dimenticato, e le persone tornarono alle loro vecchie pratiche e abitudini.

**

Fino a quando si sono cominciate a sentire una serie di storie che correvano di bocca in bocca e da una strada all’altra.

– Giovanni è stato costretto dal municipio a vendere la sua terra per niente, si è lamentata la Zia Lucia, disperata, alle altre donne.

– È stato fortunato, ha perso solo un pezzo di terra, ha detto una di loro, rispetto a Giancarlo, che è stato cacciato dalla fabbrica dopo 30 anni di lavoro.

– Come? E’ stato licenziato?! hanno chiesto, stupite, tutte le donne.

***

Questi problemi erano, ora, fonte di preoccupazione per i cittadini de La Città della felicità.

Nel giro di pochi mesi dal giorno delle macchine, che era segnato nel calendario di ogni famiglia, come il Giorno della Disgrazia, edifici grigi cominciarono a innalzare i loro piani verso il cielo, nel rumore di escavatori e betoniere.

La gente guardava preoccupata per quella fretta frettolosa, e dai loro occhi si ergevano punti interrogativi su ogni treno che raggiungeva la stazione ed era pieno di figure vestite in abiti che portavano con se enormi bagagli.

Gli hotel della città si riempivano ogni giorno sempre di più. Si ricercavano disperatamente appartamenti in affitto o semplici stanze. L’agricoltura, con ogni settimana che passava, stava perdendo il proprio valore perché la terra era stata strappata con forza dai proprietari. Gli ulivi secolari si ammalarono improvvisamente di un virus chiamato Xylella fastidiosa e il loro taglio e l’incenerimento era già diventato un’occupazione quotidiana.

La città cominciò a dividersi in gruppi. Alcuni sostenevano questo sviluppo galoppante, approfittando delle richieste del mercato. Gli altri, invece, uscivano in strada con gli striscioni, militando per la Terra nostra, e chiedendo indietro la loro vita precedente.

Il sindaco, Luigi Maialino, riunito su un lato del suo corpo rotondo, con la bandiera del paese e l’emblema della città, andò al Municipio, assicurando ai cittadini che tutto era per il loro bene.

– Volete dare un futuro ai vostri figli? urlava questo, nel megafono.

– Non volete che ci sviluppiamo anche noi come le altre città? continuò lui, nello stesso tono ammonitorio.

Uomini buoni, questa è la nostra occasione. Dovremmo ringraziare queste persone importanti che ci hanno onorato scegliendo la nostra città per un tale progetto.

– Ragazzi, quanto pensate che possiamo ancora vivere solo con l’agricoltura e la pesca?!

– Per Dio! Dobbiamo anche noi allinearci alle norme internazionali, per integrarci nella grande comunità! Dobbiamo essere visionari, dobbiamo imparare a fare affari!!

– Ma, signor sindaco, abbiamo perso tutto, esclamò, la folla di persone disperate. Gli ulivi sono stati avvelenati, l’industria sta collassando e i nostri posti di lavoro non ci sono più.

– Con cosa dovremmo nutrire i nostri figli? Solo con frutti di mare, pasta e pesce?! La produzione dell’olio d’oliva si faceva già prima che noi nascessimo… era come il pane quotidiano … continuava la folla.

– Vi assicuro che il vostro sacrificio sarà pienamente ricompensato, e presto avrete posti di lavoro decenti, negli uffici, senza dover lavorare nel cado ardente o sotto piogge infinite.

*

Le parole del sindaco cominciarono a riempire le rubriche dei giornali e dei programmi radiofonici e televisivi locali. Si parlava di progresso, di possibilità, di sviluppo.

Le scuole e i licei ricevevano piccoli televisori in scatole e equipaggiati con degli apparecchi che si mettevano in testa e coprivano le orecchie. Così raccontavano i saggi della città, non capendo cosa fossero quegli apparecchi.

Nei programmi scolastici sono stati aggiunti velocemente corsi di computer e lezioni di marketing e vendita, indipendentemente dal livello scolastico dei bambini e degli studenti.

I disoccupati sono stati costretti a frequentare i corsi se volevano trovare un lavoro in quegli edifici grigi che sembravano brontolare ogni volta che ti avvicinavi a loro.

Il degrado o il cosiddetto sviluppo della città aumentava di minuto in minuto annunciato dalle campane delle chiese.

****

L’estate si stava avvicinando alla fine quando una sirena cominciò a urlare alla fine della notte.

Le luci si accesero una ad una sulle finestre. Ma la gente non ha iniziato subito ad uscire di casa spaventati di paura, come ci si aspetterebbe da un simile suono.

Passò ancora un quarto d’ora e le porte delle case iniziarono ad aprirsi allo stesso tempo, lasciando uscire nello stesso tempo delle file di figure. Le strade si riempirono velocemente. Camminavano a due a due, in fila indiana, e al ritmo dei passi che echeggiavano sulla pavimentazione.

La gioia e l’umorismo di prima erano scomparsi. Gli abiti e i sorrisi colorati erano stati sostituiti con abiti scuri e stirati.

Nemmeno il nome della città non è stato conservato. Da La Città della felicità si era trasformato in Città 1 – Call Center, naturalmente, con l’approvazione del sindaco Maialino che sembrava e si comportava esattamente come il suo nome.

La fila di persone stava penetrando negli edifici grigi che erano ormai ultimati, in attesa, con soddisfazione, delle vittime.

Le ampie stanze erano arredate con lunghi tavoli, separati da pannelli di legno colorate. A prima vista, sembravano le cassette di un’enorme biblioteca.

A ogni parte di tavola, c’erano computer nuovi, telefoni e cuffie.

Alle figure vestite in abito furono indicati i posti da altre figure con scarpe con i tacchi quadrati o a stiletto e imbevute di crema lucida.

Il la sistemazione di tutti viene eseguito in silenzio perché le sedie erano ergonomiche e le loro ruote scivolavano come una giostra sul pavimento di marmo.

Ogni persona aveva uno specchio davanti a sé, nel quale era obbligato a guardare e sorridere durante l’orario di lavoro.

Era una delle strategie futuristiche di questo lavoro. Ogni movimento, ogni smorfia, ogni gesto doveva essere eseguito come da manuale.

Accanto alle tastiere c’erano anche quaderni, penne e l’immancabile Script, cioè gli scenari in cui venivano scritte le introduzioni e le risposte ai dialoghi che dovevano essere seguiti.

Ancora una decine di minuti ha continuato la presentazione e la ricapitolazione della conoscenza e il suono assordante dei telefoni in cuffia, ha iniziato.

– Si, pronto, buongiorno! Sono Murgese e sto chiamando dallo studio Peltrin. Cercavo il responsabile della linea telefonica aziendale. E’ disponibile? si sentite da alcuni angoli della stanza.

– Si, pronto! Sto chiamando dalla Vortex perchè Lei è il nostro cliente per la linea telefonica ricaricabile. Volevo sapere se siete soddisfatti dei servizi che offriamo.

– A no? Non siete soddisfatti?! Come mai? Qual è il problema? si sentivano anche altre voci da qualche parte nel centro della stanza che stavano parlando, mentre verificavano ogni movimento nello specchio.

– Vi spiego subito! Noi stiamo lavorando sulla rete perchè la svilupperemo su tutto il teritorio. Ma per caso Lei ha anche una linea fissa a casa?

I dialoghi continuano. Alcune figure erano più coraggiose, più loquaci, altre udivano a malapena la propria voce mentre guardavano disperatamente l’orologio, aspettando i 5-10 minuti di pausa.

Gli abiti accompagnati con scarpe con tacco a spillo o con zeppa, passeggiavano tra i tavoli, ascoltando, dando istruzioni, urlando, minacciando, incoraggiando.

Da altre stanze simili, si sentivano altri copioni scritti, letti o recitati:

– Si! Pronto! Buongiorno! Sono Guglielmo e sto chiamando da XYZ azienda di recupero crediti.

– No, no, no, questa non è una vendita. Lei, in questo momento è un debitore e dovrà pagare il debito oltre le penali.

*****

La città della felicità si era trasformata, in soli tre mesi, nel luogo più triste della Terra. La gente non rideva più, non scherzava più, non salutava nemmeno. L’uniche domande che ora riguardanno tutti erano:

– Quanto hai fatto oggi? Quanti contratti hai venduto? Che importo hai recuperato?

******

La triste storia di questa città fu diffusa dal vento del mare. Ma non c’era nessuno che voleva sentire. Al contrario, i Municipi di altre città erano pronti per iniziare questo progetto …

Le vecchie case, colorate di vita e di pace nel passato, sono ora grigie e tristi, come i nuovi edifici. I loro abitanti si sono trasformati in robot, coordinati delle figure vestite con abiti e con scarpe con tacco stiletto o zeppe.

 

P.S: QUESTA STORIA È FRUTTO DELLA MIA IMMAGINAZIONE, QUINDI, OGNI RIFERIMENTO A FATTI , COSE E PERSONE E’ PURAMENTE CASUALE!

Domenico Modugno – Amara terra mia

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